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Fernando Fabbroni

FotoFernandoFabbroni

Consco Fernando Fabbroni da quando ero studente e lui già si interessava di arte. Già dagli anni ’70 ho avuto l’opportunità di lavorare con lui nel progetto dell’hotel Tiferno a Città di Castello qundo, prima di tutti gli altri atigiani decoratori, realizzava spugnati ed incausti. La particolarità del suo modo di essere artista mi hanno spinto ad acquistare alcune sue opere che oggi sono esposte sia nella mia residenza sia nelle sale dell’Hotel Plaza a Perugia. Credo con tima in lui come uomo, artigiano, artista.
Giorgio Mencaroni

 

Nelle opere di Fernando Fabbroni dal colore e dalle loro forme emerge in modo evidente una capacità artistica, espressiva, forte e interessante perchè attuale! Per attualità intendo quella sensibilità che consente all’artista di esercitare una propria poetica, una ragione, un modo proprio di vedere e di essere, dentro l’essere del mondo e delle cose, in modo semplice, ma sempre essenziale. Oggi infatti, in particolare l’artista, si trova ad essere in questo contesto, a prendere coscienza, a sentire e a percepire le cose nella loro naturalezza, nella loro essenza, nella loro formazione nel tempo e nella storia. Vivere la condizione dell’artista come artefice significa allora partire dall’oggi, qui, ora ed esercitare quel rischio, quella temerarietà, che consiste nel farsi carico dei maturati del mondo, per giocare una carta viva e vitale, a volte riduttiva, sintetica oppure al contrario, di rilevazione, di nascondimento o di complicazione, per porre in termini di bellezza e d’armonia, una prospettiva d’estensione, di cultura, d’arte e di senso.
Dopo la modernità, la postmodernità, non è la licenza che ognuno può arrogarsi, motivo adeguato a legittimare un’opera, ma è ancora l’opera quando tale a testimoniare i valori che ogni tempo matura.
L’opera, di Fernando Fabbroni, vibrante, gioiosa, calda, provocatoria e presente, emerge, immune e libera da gravami e da condizionamenti di stile, per porsi come opera vera e autentica.
Edgardo Abbozzo

 

E’ sorprendente scoprire, nella pittura dichiaratamente autodidatta e appassionatamente non professionista di Fernando Fabbroni, legami così profondi con la cultura figurativa europea.
Non citazioni o archeologie memoriali: ma idee che si collocano, alle soglie degli anni ’90, oltre il revival delle avanguardie, come segni promotori di un nuovo più presente che imminente.
Mi pare, a ben vedere, che il tanto annunciato neoespressionismo berlinese sia già risolto nelle forti soluzioni cromatiche di Fabbroni che il disegno, mobile per scatti vitali, conduce, superando l’atteggiamento, a riannodarsi alle trame di un figurativismo emozionale fuori delle mode.
Gustavo Guccini

 

……………….. A questo filo di Arianna si annoda anche la memoria di bellezza primitiva di cui si trova traccia significativa nella scultura.
Si materializza nella dinamica plasticità scultorea di figure totemiche e visnuniane che si sposano con linee di chiara classicità, recuperata dai corrugamenti delle civiltà greche, latine, rinascimentali e neoclassiche. E’ una scultura, soprattutto quella che corporizza il nudo femminile, mai funzionale o strumentale ad un progetto istintuale ma sempre mirato a proporre nei volti delle espressività di dolce malinconia, di felice sorpresa e di ingenua attesa d’amore, o di rapita leggiadria …………..
Giovanni Zavarella

 

……………….. E’ la pennellata piena e tutta pregna di gioia cromatica fino all’apparire anche materico che conduce alla formulazione di sguardi e moti di atteggiamento più prossimi al dinamismo delle coscienze che a semplici preziosismi estetici. D’altra parte il volto si connota come elemento indissolubilmente legato all’armonia dello spazio e da esso illuminato per dare senso al rapido susseguirsi di sogni e di finzioni, speranze e delusioni che non sono totalmente vinte dalla realtà anche se in essa s’agitano e dialetticamente si confrontano.
Giuseppe Maradei

 

A chi si fermi ad osservare la pittura di Fernado Fabbroni può succedere di addentrarsi in uno stato d’animo, oggi sempre più merce rara, che  si chiama stupore.
E’ una strana sensazione per una pittura che con uno sviluppo di colori irrequieti, di segni nervosi in una sorta di fascinazione che richiama alla mente un mondo primordiale fatto di spontaneità e schiettezza dove uomo e natura formavano un tutt’uno immersi come erano in una verginità del cuore e della mente.
E’, in buona sostanza, quella di Fernando Fabbroni, una pittura del trascinante vitalismo dove tracce di arcane radici e di rimandi istituzionali in una festosità misteriosa e primordiale fanno intuire una matrice di stampo etrusco-umbro sicuramente sepolta nel patrimonio genetico del nostro
Luciano Lepri